Perché fare formazione?

Questo, in sintesi, il cuore del problema di una animata chiacchierata fatta ieri con una bravissima ed entusiastica collega che lavora presso una scuola di formazione per la Pubblica Amministrazione che lavora su grossi numeri.

Tutto è partito quando lei cita i Learning Object e, come i miei 4 manzoniani lettori possono ben immaginare, come una molla è scattata la mia obiezione.

Quindi numerose parole sul perché i LO (…. 1.500 utenti da formare sugli stessi temi, poco tempo a disposizione, argomento dato….), sul perché non si può fare una didattica più aperta, magari, anche, collaborativa (serve più tempo, più soldi, i capi non la capirebbero …).

Domando, quindi, quale sia l’efficacia della formazione basata sui LO, cosa abbiano imparato al termine dell’aver sfogliato le pagine degli stessi, cosa sappiano fare meglio dopo aver lasciato i banchi di scuola ed essere ritornati alla scrivania.

La risposta: noi non facciamo una valutazione così approfondita, noi non rilasciamo attestazioni di competenza, noi rilasciamo “attestati di partecipazione” e ci limitiamo a rilevare la “soddisfazione” dei partecipanti e questa è sempre elevata.

Cliente soddisfatto, committente assicurato.

Domando, ancora, “la formazione deve, insomma essere consolatoria? Fare felici le persone? Non farle lavorare meglio?”

Replica: “non è questo (sviluppare un saper fare professionale, ndr) il mandato del committente. Dobbiamo fare formazione “di base”.

La nostra amabile ed interessantissima conversazione si sposta sulle ragioni per cui si fa la formazione essendo, io, convinto, che ha senso fare formazione solo se c’è un qualche miglioramento di pratica lavorativa da promuovere, se ci sono compiti nuovi da far apprendere tanto a livello individuale, quanto collettivo, se cosa si fa in aula ha un riscontro diretto sul lavoro.

Nuova replica: “Quasi mai il committente ci formula richieste così precise (dei task professionali su cui lavorare); ci viene chiesto di fare una formazione generale, trasversale, di base, sperando che poi i partecipanti ne sappiano fare qualcosa quando ritorneranno al lavoro, di trasferire un insieme di conoscenze (commento: forse conviene chiamarle “informazioni”, le “conoscenze” sono altro) …” . Una formazione, commento io, svincolata dal contesto.

Ecco il problema: si fa formazione “generale” e si lascia al partecipante il compito di “trasferire”.

Mi domando: cosa si può “trasferire” se non è mai stato insegnato? Se c’è qualche transfer da attivare, perché non lavorare direttamente su quel compito, su quella abilità su quella competenza? Se non c’è, perché fare formazione? Perchè stare sul generico?

La (mia) conclusione della conversazione: chi sia appresta ad ideare, progettare, sviluppare e realizzare una attività formativa ha, spesso, le mani legate da input inadeguati del committente che formula male il proprio bisogno di formazione e la sua expertise deve essere finalizzata al compiacere (= fare felice) il committente. Per poter fare “buona formazione” è necessario poter intervenire nel momento in cui si decide di fare formazione per orientare la formazione su obiettivi sensati e per farsi dotare di risorse adeguate agli obiettivi.

Cara collega, che mi leggerai di sicuro, passami qualche imprecisione. Credo che il “succo” ci sia tutto. Grazie per l’opportunità di riflessione

In chiusura un breve recupero metodologico. La letteratura riporta ampie evidenze che:

  • più la formazione è generica (= svincolata dal contesto), meno è efficace;
  • più il contesto di formazione è simile a quello di lavoro, maggiore è la possibilità che si applichi (sul lavoro) quanto si è appreso (a scuola).
Be the first to like.

Print Friendly, PDF & Email
5 pensiero su “La formazione non serve”
  1. Anche me capita (troppo) spesso di sentirmi dire che pensare che la formazione debba servire a qualcosa è una impostazione “troppo avanzata per noi”. Bah… certo questo richiede un lavoro più difficile e più impegantivo, peò…

    Ma secondo te quali sono i motivi?

  2. Motivi?
    Di sicuro
    – per una abitudine consolidata: a scuola è sempre stata così; così si è sempre fatto, abbiamo subito questo approccio quando eravamo studenti, lo “infliggiamo” adesso che siamo progettisti e docenti;
    – sappiamo, inoltre, che le cose veramente importanti non sia imparano a scuola e quindi ….
    – non ci siamo mai interrogati sul “a cosa deve servire la scuola”, o “cosa vuol dire apprendere”;
    – non conosciamo approcci diversi; quanto facciamo è per noi “naturale”, l’unico modo possibile;
    – non ci interessa il risultato della formazione,
    – ….. teniamo tutti famiglia, quindi, la collusione come stile di vita….

  3. Ciao Gianni,
    nonostante abbia un’opinione molto simile alla tua, tutto sommato penso che i Learning Object una loro funzione ce l’abbiano: dare una (in)formazione di base, senza eccessivi risultati, ma d’altra parte con pochi sforzi. Del resto (penso) è questo secondo aspetto quello effettivamente ricercato: eseguire attività più complesse richiede uno sforzo iniziale -e anche successivo- che può avvenire solo volontariamente. Senza questo sforzo anche attività “significative” non penso possano produrre grandi risultati. Non è detto che i dipendenti abbiano la voglia (ma soprattutto il tempo) di impegnare le loro energie (soprattutto se hanno una vita privata oltre al lavoro).

    Insomma, i commitenti possono essere anche colpevoli, ma non so se sono loro tutte le colpe… o sono troppo ingenuo?

    Visto che ci sono, ti giro una domanda che mi fa riflettere da un pò:

    condividendo -per la maggior parte- le tue opinioni, come mai il modello di learning object non si evolve? come mai non c’è apertura verso altre modalità, magari miscelando pratiche diverse? Tutto sommato, invece che cambiamenti drastici, penso che un cambiamento graduale sarebbe molto più “normale” e spontaneo….
    a me sembra che le idee, oltre a non arrivare dall’alto (i committenti) soprattutto manchino dal basso (chi produce, ma anche chi fa teoria)….
    Ciao Lorenz

  4. Caro Lorenz
    Quando affermo che i LO non servono intendo dire che, considerato il loro “valore” nella catena dell’apprendimento:
    – sono un modo molto, troppo, costoso di organizzare i contenuti (i contenuti servono ma possono essere sviluppati ed organizzati in modo meno costoso)
    – la reale riusabilità ed il correlato sistema di tagging, è assai scarsa ed anche il “costo” legato al tagging è inutile.
    i “grandi” sistemi di tagging hanno fallito (vedi le ammissioni dello stesso Duval); gli obiettivi di organizzare repository più o meno universali pure, una ragione ci sarà.
    Meglio spendere i soldi che si hanno in sviluppo didattico.

    relativamente alla questione dell’evoluzione: ci sono molte riflessioni e pratiche in merito. Vedi il post che ho qui fatto sul lavoro di Giovanni Bonaiuti presentato al SIEL
    Grazie per l’attenzione che dai al mio lavoro
    Gianni

  5. in realtà questa discussione parte proprio dalla presentazione di Bonaiuti, unica riflessione sui learning object trovata in rete che vada in senso contrario rispetto a molte altre…

    …il che da un lato dà da pensare, dall’altro fa da contrapasso al ristagnare dell’ e-learning aziendale e dell’assenza di nuovi modelli (o meglio della loro adozione)

    Conosci altre risorse sul tono della presentazione di Bonaiuti?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.